Posted by Italy Stone Marble Blog | Architettura

Moderni centri commerciali sono concepiti come repliche dei centri storici: piazze, strade edifici vernacolari, contengono in realtà un enorme centro commerciale. Tutto finto, tutto fatto apposta per offrire un contenitore al contenuto, il negozio, l’outlet, il negozio senza legame con il territorio, uguale in tutto il mondo.

Ne costruiscono ovunque, da Miami a Barberino del Mugello.

A Miami forse ha un senso, non esiste un centro e tantomeno storico. A Barberino chissà.

La cosa che però inquieta, ed è il tema di questa riflessione, è che la città che dovrebbe essere “vera” diventa a sua volta centro commerciale: centro commerciale “naturale” delle Cure, di Via Gioberti, di via Martelli … (per chi legge non da Firenze, tutte zone della città, dalla periferia al centro storico).

Il centro commerciale ricopia il centro storico … che a sua volta ricopia il centro commerciale!!!

Tutto il centro di Firenze (così come tutti i nostri magnifici centri storici) è diventato un enorme centro commerciale, di super lusso, dove le casette vernacolari di Barberino del Mugello o di Valdichiana o di Miami, là finte, per forza, qua sono vere, verissime, progettate e realizzate dai maestri del Rinascimento, vecchie di millenni, con “vere” piazzette, strade, incroci!

Magnifico!!

Drammatico! Orribile!

Io ho la fortuna, il privilegio, l’onore di essere fiorentino, di vivere in una delle più belle città del mondo, che ha un centro con edifici progettati da Brunelleschi, Michelangelo, e  mille altri che però non è più un pezzo di città vero, è un CENTRO COMMERCIALE NATURALE!!

Solo pochi decenni fa sotto la cupola del duomo, sul retro, si svolgeva, al sabato, il mercato della legna da ardere!

E alla loggia del Pesce, si vendeva … il pesce!

E le osterie erano posti dove si mangiava, perché si aveva fame e per stare con gli amici.

E i negozi vendevano cose che servivano alle persone, cose primarie, non superflue (da centro commerciale!)

E le persone abitavano in centro …

Ecco il punto: Il centro è morto, i centri storici delle nostre città sono morti, la vita vera se ne è andata!

Perché?

Si può fare qualcosa?

O ci dobbiamo rassegnare a pensare che i maestri della storia dell’arte hanno impiegato il loro talento per costruire magnifici centri commerciali che ci copiano in tutto il mondo?

PS. questo post non è molto in tema con il tema generale del blog, la pietra nel mondo dell’architettura.

Ma poiché penso che fra i tanti visitatori, che con l’occasione ringrazio molto di frequentare il nostro blog sempre più numerosi, ci siano anche architetti e persone che amano la storia dell’arte e le cose belle, avrei piacere di avere la loro opinione.

Grazie anticipatamente

Commenti

comments

Both comments and pings are currently closed.

One thought on “IL CENTRO STORICO DI FIRENZE OUTLET VILLAGE

  1. GUIDO ha detto:

    Il problema non è tanto e solo il Rinascimento; non dimenticare che è sul commercio, o meglio sulla mercatura, sulle prime banche che la borghesia fiorentina, ha costruito la propria fortuna. Si diceva che le bugne del Palazzo di Via Larga (Medici-Riccardi) rappresentassero metaforicamente i sacchi di fiorini accumulati dai banchieri fiorentini. Tornare o rifarsi ad una mitica età dell’oro quando non è inutile è dannoso. Occorre piuttosto chiedersi quali siano le ragioni del diffuso decadimento del gusto che ha prodotto il decadimento della città e del suo centro storico. L’arco temporale da considerare in questo senso è di gran lunga più circoscritto. Le ultime evoluzioni importanti di Firenze si attestano tra l’inizio del ‘900, con la ventata fresca del razionalismo, la ricostruzione post bellica degli anni ’50, ed infine il ripristino della città dopo l’alluvione del ’66. La città nella quale scoprii di vivere da adolescente a partire dal 1979 era ancora la città magistralmente fotografata da Monicelli nel primo “Amici miei” (del 1975). Una città a misura d’uomo, dove ancora la mentalità artigiana prevaleva o comunque riusciva a contenere quella, pur storicamente sedimentata, del commercio. Ebbi la fortuna in quegli anni di accompagnare mio padre, imprenditore edile ed artigiano appunto, in giro per i cantieri dei diversi monumenti che allora si restauravano: dagli Uffizi, a Palazzo Vecchio, da Palazzo Pitti al Duomo e così via. Lo spirito di chi vi lavorava era ancora quello della bottega, una bottega nella quale i giovani imparavano la regola d’arte dai maestri muratori (allora si chiamavano ancora così) piu’ anziani. Tutti lavoravano con la coscienza ed il gusto di partecipare ad un’opera d’arte. C’era ancora, lo dico con nostalgia, una viva attenzione per il dettaglio, per la cultura del materiale, per la tradizione del mestiere e gli stessi grandi personaggi che allora guidavano la Soprintendenza avevano sempre l’umiltà di chiedere o di affidarsi alla sapienza dei singoli artigiani.
    Che cosa sia accaduto dopo e come da questo sistema virtuoso si sia giunti sino al decadimento dei giorni nostri riguarda la storia politica, sociale ed economica degli ultimi 20 anni. Il progetto del primo grande centro commerciale dell’area fiorentina, I Gigli, è del 1993. Con esso arrivava in Toscana la cultura americana del Mall. Parallelamente, a partire dalla caduta del muro di Berlino, si aprì un flusso costante ed ininterrotto di manodopera extracomunitaria che andò piano piano a sostituire quella locale anche e soprattutto nel settore delle costruzioni. Braccia che non avevano tanto fame di pane quanto di beni di consumo. L’euforia consumistica degli anni ’80 che tutti vivemmo al di sopra delle nostre possibilità si sedimentò nella glorificazione del “brand”, della marca, del nome e le boutique finirono per occupare e connotare le strade piu’ belle, i salotti buoni delle città d’arte, Firenze in testa.
    Tutto intorno fioriva il bazaar di servizio ad un turismo che era frattanto divenuto turismo di massa, turismo di consumo appunto.
    Questi fattori andarono ad influenzare da un lato il senso del gusto, con la graduale scomparsa degli esercizi commerciali storici a vantaggio dei grandi nomi della moda da un lato e delle pizzerie a taglio o dei fast food dall’altro. La decadenza del livello culturale della Firenze di un tempo si rifletteva pure nella capacità dei suoi amministratori.. Non era piu’ la città di La Pira o di Spadolini per intendersi ed anche i grandi maestri dell’architettura che pure insegnavano nelle aule universitarie andavano scomparendo.
    Sul fronte della cultura del materiale in una città di cotto e pietra naturale per ignoranza dei tecnici e per l’influenza del gusto da “centro commerciale” abbiamo assistito all’invasione dei materiali nuovi dal gress porcellanato alle resine. Si è perso via via il gusto del dettaglio, e la cultura del mestiere e della tradizione che non si è tutelata non poteva essere salvaguardata da maestranze di origine assai diversa tra loro. Albanesi, rumeni, nordafricani, non possono certo sapere come si costruiva o come si lavorava in Toscana. Nè nessuno a livello politico o sindacale si è mai preoccupato di tramandare o di insegnare ai nuovi venuti quella che era la nostra peculiare ricchezza. Infine la graduale erosione delle risorse disponibili ha condotto i lavori e gli appalti di restauro e di conservazione dei monumenti del centro storico ad essere informati dalla stessa filosofia del ribasso che anima una qualsiasi lottizzazione di case a schiera di periferia e la brama affaristica di troppi faccendieri ed intermediari ha fatto il resto.
    Da architetto da ricercatore universitario assisto, purtroppo imbelle, a questo sfascio quotidiano. Ma la cosa che mi turba maggiormente è che gradualmente ed in maniera silenziosa e subdola si sta distruggendo gran parte di quel bello e di quella peculiarità che costituiva la ricchezza di questa città.
    Perché attraversare l’oceano mi chiedo, se ovunque si ritrovano centri commerciali tutti simili tra loro?
    Luoghi senza identità: non luoghi.
    La città evolve per sua natura. non voglio apparire nostalgico o immobilista. ma l’evoluzione deve rispettare l’identità ed essere informata al buon gusto che è ricchezza peculiare di una civiltà.
    Prendete ad esempio la Stazione di Santa Maria Novella che oggi, di nuovo, possiamo osservare nella sua meravigliosa razionalità. Atterrata come una astronave tra la chiesa Albertiana e la fortezza di Sangallo essa fu opera nuova, rivoluzionaria, eppure radicalmente “fiorentina”.
    Qual’è la risposta contemporanea? il nuovo-vecchio Palazzo di Giustizia?
    E quanto al centro storico che dire… Sfruttiamo l’occasione che ci darà lo svuotamento dei palazzi dell’amministrazione giudiziaria in senso positivo. E conserviamo, per l’amor del cielo, quel che resta della bellezza che gli artigiani, come mio padre, dopo la guerra e l’alluvione hanno, con sapienza e mestiere, tramandato.

Comments are closed.